venerdì 4 marzo 2016

Corti e “pitochi” nel ‘700


I will speak here about the XVIII century rural courts

Il mio mese lavorativo di marzo è iniziato con una demolizione, poiché martedì ho assistito all’abbattimento di una parte del Palazzo Rosso a Boschi Sant’Anna, uno degli edifici più antichi e storici del paese, da anni fatiscente. Premetto che, nei giorni scorsi, la bassa è stata funestata dal maltempo con violente piogge ed impetuosi venti che non avevano nulla da invidiare alla Bora di Trieste, con molti danni nella zona. Ecco, anche il Palazzo Rosso non ne è uscito indenne. Le infiltrazioni d’acqua hanno incrinato i muri degli ex essiccatoi di tabacco ed il vento aveva sparpagliato a terra le tegole del tetto; in pratica, la parte degli essiccatoi rischiava di crollare e, visto che si trovava a ridosso della strada principale di accesso al paese, era il caso di metterla in sicurezza il più in fretta possibile. Perciò, in comune accordo tra proprietario dell’immobile e Comune (gioco di parole) si è deciso di abbattere la parte pericolante; fortunatamente, questa non era vincolata dalla Soprintendenza (l’edificio ha vincoli a “macchie di leopardo”). Questo fatto, però, mi da l’occasione di parlare delle corti e della vita contadina del ‘700, periodo nel quale l’agricoltura era la principale risorsa economica del territorio veronese, ed il Palazzo Rosso ha tutti gli elementi tipici delle corti rurali di questo periodo. Perciò, l’ho personalmente eletto a “corte ideale” ed utilizzerò la sua struttura come piantina per illustrarvi le varie zone di questi immobili.

Palazzo Rosso
fonte: www.comune.boschisantanna.vr.it


Ma prima di iniziare è doverosa una breve storia del Palazzo Rosso, che si trova sulla destra entrando in paese sulla strada che proviene da Porto di Legnago, di fronte al capitello dedicato a San Rocco. Risalente al 1700, la corte era la seconda residenza dei conti Dona’ delle Rose, i nobili veneziani proprietari dei latifondi nel paese (la villa principale era –ed è- in centro paese). Per secoli è stato il centro economico dell’intera comunità, dove vivevano molte famiglie impegnate in quella che era una piccola industria del tabacco. Negli anni ’50, con la caduta della civiltà contadina e l’arrivo dell’industrializzazione, la corte perse la sua importanza e venne abbandonata, andando in decadenza (in tutti i sensi). Dal 2010 è transennata per pericolo di crolli.

fonte: Google Maps

Per dovere di cronaca, la parte demolita è quella a sinistra fino alla riga rossa





Le corti rurali iniziarono a diffondersi nella pianura veronese sin dal 15esimo-16esimo secolo. In origine erano insediamenti realizzati in legno e paglia. All’interno di una palizzata si trovavano la torre colombaia (ma ben diversa da quelle del ‘700) ed altri edifici e, come struttura, ricordavano molto quelle delle piccole città medievali e la torre svolgeva svariati compiti: magazzino, abitazione e protezione dalle aggressioni di briganti, soldati e malintenzionati, molto comuni visto il periodo storico. Tra questi, nelle campagne c’erano molti affamati; da qui l’esigenza di mettere in un luogo sicuro, la torre colombaia appunto, sia le derrate agricole sia gli animali da reddito (mucche, galline, maiali e cavalli).

A dare l’impulso all’installarsi di queste piccole comunità (oddio, sto già iniziando a parlare come il mio nuovo personaggio di teatro) è stata l’espansione della Repubblica di Venezia nella terraferma. Qui i veneziani, intuendo le potenzialità agricole di un territorio che al tempo era solo palude e boschi, avevano dato il via a bonifiche e canalizzazioni delle acque, dandogli quella vocazione agricola che ha ancora oggi: con le bonifiche, le terre malsane e paludose erano state trasformate in floride risaie; con la canalizzazione delle acque, i terreni erano stati resi fertili; le estese coltivazioni di gelso garantivano la “materia prima” e l’allevamento redditizio del baco da seta. Come voi ben sapete, Venezia faceva parte della “via della seta”, l’antica via commerciale che collegava l’Europa alla Cina (ricordate il viaggio raccontato da Marco Polo ne “Il Milione”?).

 Mappa delle Valli Grandi Veronesi 1790
fonte: "La Riserva Naturale Palude Brusà - Vallette", pag. 25

Con tutte queste “innovazioni”, nel 1600 arrivò anche un certo benessere economico (anche se lontano anni luce rispetto agli standard odierni) e le corti iniziarono ad essere costruite in muratura, passando da villaggio in legno a “villaggio in pietra”. Diventano, cioè, possessioni, con la corte rurale vera e propria, come la conosciamo oggi, circondata da appezzamenti agricoli. Di queste costruzioni ed ampliamenti abbiamo numerose testimonianze e documenti, grazie alla burocrazia imposta dalla Repubblica Veneta. A partire dal 1556, infatti, il proprietario della possessione che richiedeva la concessione d’acqua per la sua corte ed i suoi latifondi doveva inoltrare domanda ai “Provveditori Sopra li Beni Incluti”, allegando un disegno dell’area eseguito da un Perito Veneto, l’antenato del geometra. Così, ad oggi, possiamo ancora disporre di molte tavole che, per quanto grossolane ed imprecise, indicano esattamente il numero e la tipologia degli edifici presenti nella campagna veronese sotto la Repubblica Veneta. E qui la domanda sorge spontanea: dal deposito all’approvazione della richiesta, quanto tempo passava? Più o meno di adesso?

Richiesta d'acque per la risaia inoltrata dal marchese Ottavio Dionisi nel 1684
fonte: "Villa Dionisi a Cerea", pag. 31 

Villa Dionisi nel 1717
fonte: "I segni della Verona veneziana", pag. 79

Le possessioni più grandi, come il Palazzo Rosso, erano dotate sia della “casa del paron” (del padrone) sia di quella “da lavorente” (del lavoratore), mentre le più modeste avevano solamente una “lavorenzia”, cioè dove abitava solo il lavoratore ed il padrone gestiva la proprietà a “distanza” (tipo gli attuali contratti di affitto agrari). Le corti più importanti erano delimitate da un muro di recinzione, dentro il quale si trovavano gli edifici ad uso abitativo come la “casa del paron”, la “casa da lavorente”, la “casa dei boari” (degli allevatori) e la torre colombaia.

casa del paron

casa da lavorente/casa dei boari 

torre colombaia

L’elemento che resta delle prime corti è proprio la torre colombaia, che diventa l’elemento architettonico principale delle corti del ‘700. La torre aveva una base quadrata, con muri di grosso spessore con l’esterno a scarpa (cioè leggermente inclinati), imitando così le caratteristiche delle torri e fortezze medievali. Era sviluppata su tre piani: un piano terra, con copertura a volta, che serviva come deposito per viveri, attrezzi e, in qualche caso, anche da stalla (mantenendo così la sua originale funzione); un primo piano adibito ad abitazione, accessibile mediante una scala a chiocciola in pietra, con pavimento in legno e dotato di camini, nicchie e decorazioni; l’ultimo piano era usato come colombaia vera e propria, con gli incavi semi-ovali dove i colombi nidificavano…e dove si potevano prelevare uova e pennuti per metterli in teglia! Il tutto era coperto da un tetto di coppi a quattro spioventi, sormontato da un pinnacolo in pietra. Ovviamente, anche se durante il dominio veneziano i nostri territori vissero un periodo pacifico, rimaneva la funzione di osservatorio del territorio circostante. In ogni caso, ancora oggi i piccioni gradiscono alloggiare in queste torri abbandonate…

Torre colombaia, Corte Guarienti alla Motta, San Pietro di Morubio 
fonte: "I segni della Verona veneziana", pag. 74

Dettaglio torre colombaia
fonte: "I segni della Verona veneziana", pag. 75

Sempre all’interno della corte si trovavano i fabbricati ad uso produttivo, identificabili con la struttura a portico, cioè stalle, portici, fienili, barchesse e “teze” (zone abitative agglomerate, tipo i dormitori). Nel caso del Palazzo Rosso, dove nelle campagne circostanti si coltivava il tabacco, facevano parte delle parti produttive anche gli essiccatoi demoliti.

fabbricati produttivi

Infine, si trovavano le strutture accessorie minori come la “caneva” (cantina sotterranea in pietra per conservare vini e alimenti; il termine francese “caveau” vi dice nulla?), la ghiacciaia (collinette in pietra per conservare vini e alimenti), i pollai, il forno, il pozzo e il “brolo” (orto o frutteto). Essendone vietato l’ingresso, non so se il Palazzo Rosso ha uno di queste strutture accessorie.

Caneva 
fonte: www.ristoranteosteriadelloca.com 

Ghiacciaia
fonte: www.ghiacciaiafavaglie.it

Tutti gli edifici, ai quali si aggiungeva a volte l’oratorio privato, erano disposti attorno alla grande aia.

chiesetta privata

All’esterno del muro di recinzione si trovavano le case dei salariati avventizi, quasi sempre costruite in legno e ricoperte di paglia e, in caso di risaie, vicino ad un corso d’acqua si trovava la pila da riso. Anche questo, se ci pensate bene, è un lascito del medioevo.

modellino pila fatto da mio nonno

Nel ‘700, però, c’è una svolta architettonica nelle corti, forse dovuto proprio al periodo tranquillo sotto il dominio della Serenissima (che aveva, invece, problemi marittimi). Le case “del paron” vennero trasformare in raffinate residenze di rappresentanza e di villeggiatura, mentre il “brolo” divenne un giardino all’italiana o parco all’inglese. Non tutte le case “da paron” subirono questa trasformazione e qui nella bassa, ancora oggi, si possono osservare alcune lavorenzie. 

Lavorenzia Brenzoni-Guarienti, Roverchiara
fonte: "Roverchiara. Una comunità e il suo territorio", pag. 170

Ma com’era l’economia nella bassa veronese del ‘700? Al contrario di altre zone controllate da Venezia come, ad esempio, Rovigo ed Udine (dove l’agricoltura versava in condizioni precarie e la popolazione era costretta ad emigrare per sopravvivere), nel veronese l’agricoltura era florida e c’era lavoro in abbondanza. Questa sicurezza lavorativa portò anche ad un costante incremento della popolazione rurale: da 183.629 nel 1710 a 255.606 nel 1795.

Non fatevi ingannare, però. La sicurezza lavorativa ed il benessere non coincidevano con il lavoro semplice nei campi; anzi, il lavoro in campagna era massacrante. Un buon raccolto era affidato alla fatica e all’operosità degli uomini, nonché alla Divina Provvidenza, dato che l’agraria era una scienza ancora astratta con la quale, nelle campagne, avevano poco confidenza, e le conquiste tecnologiche (come trattori e trebbie) erano ben lontane. 

Acquarelli preparatori per affreschi all'interno di Villa Dionisi. Nicola Marcola, 1765.
 fonte: "Villa Dionisi a Cerea", pag. 28 

Per un contadino e la sua famiglia vivere e lavorare in una corte significava, da un lato, essere inseriti in un contesto sociale ed avere “protezione” in caso di aggressioni esterne, ma dall’altro il padrone esigeva un contratto di affitto, spesso oneroso, nonché regali ed onoranze. A seconda delle dimensioni del fondo, il canone poteva essere riscosso in natura, per le possessioni modeste, o in moneta per quelle più estese. Se l’affitto non veniva pagato puntualmente, il contadino rischiava il licenziamento anche prima della scadenza del contratto. Ed essere cacciati da una corte era un evento tragico per una famiglia di agricoltori: voleva dire non avere più mezzi di sostentamento, non poter sfamare i figli e girovagare alla ricerca di un nuovo padrone, magari ad un contratto meno vantaggioso rispetto al precedente. Non c’erano i sindacati al tempo!

I contratti con contadini erano di due tipi. Nei “patti di ristoro”, il più vantaggioso, prevedeva che se si fossero verificate calamità naturali o accidentali tali da compromettere il raccolto, il contadino poteva ridurre le spettanze del padrone. Il secondo contratto, invece, era detto “a fuoco e fiamma”, cioè un vero e proprio contratto-capestro dove, qualsiasi cosa accadesse (pensate all’evento più drammatico che possa esistere), i patti stabiliti andavano onorati, anche in assenza di raccolto.

fonte: "Villa Dionisi a Cerea", pag. 29 

Nel ‘700, con il diffondersi delle lavorenzie, le condizioni dei contadini divennero meno precarie e si instaurò un nuovo tipo di contratto, “di lavorenzia”, simile a quello della mezzadria. I prodotti della terra, infatti, venivano divisi a metà tra padrone e lavoratore, con l’eccezione del mais e dei legumi che, in genere, spettavano per due terzi al contadino. Egli, inoltre, aveva diritto a trattenere anche altri prodotti (mai in grandi quantità, comunque) e di poter usare alcune proprietà del padrone per il pascolo del proprio bestiame. La durata della lavorenzia era di 5 anni. Questa forma contrattuale si diffuse soprattutto nelle zone collinari e nella pianura veronese, in particolar modo nelle zone dove si trovavano coltivazioni di riso.  

E questo tipo di coltivazione mi permette di parlare di un problema molto sentito al giorno d’oggi, ma al tempo assolutamente inesistente: la condizione del lavoro femminile, poiché nella risicoltura erano impiegate moltissime donne. Nel ‘700 veronese, in inverno erano presenti circa seimila risaie, ma in estate aumentavano in base alle richieste del prodotto. Il lavoro delle mondine era massacrante ed insalubre. Se il risaro, cioè il padrone, comandava ed indossava lunghi stivali per proteggersi dall’umidità, le mondine stavano a piedi nudi nell’acqua per ore ed ore, chine sulle piantine. La paga, però, era alta: 20 soldi al giorno, contro i 14 della normale retribuzione di un bracciante.

fonte: "Villa Dionisi a Cerea", pag. 28  

fonte: "Villa Dionisi a Cerea", pag. 29 

Le donne lavoravano duramente al fianco degli uomini anche nella coltura del mais, dove dissodavano il terreno attorno alle giovani piante, le diradavano e le cimavano. Sempre a loro spettava raccogliere le pannocchie nei cesti. Nella corte, poi, si provvedeva alla spannocchiatura e nulla si buttava: i tutoli, cioè la parte centrale non commestibile della pannocchia, servivano per alimentare il focolare, mentre con le brattee, le foglie, si riempivano i pagliericci. Sempre con le brattee, si potevano fare dei giochi per i più piccoli, come le bambole.

fonte: cucinaresuperfacile.com 

fonte: punto-informatico.it 

  fonte: www.myroseinitaly.com

Nel corso del ‘700 il mais, a poco a poco, venne soppiantato da altri cereali. Iniziò la coltivazione del miglio, orzo, farro, sorgo, panico verga, segale e grano saraceno, assieme ai legumi, castagne e ghiande. Questi ultimi, fin dall’antichità, avevano costituito gli elementi base dell’unico cibo di cui poteva mangiare la povera gente: la polenta. Dell’importanza della polenta per i poveri vi avevo già accennato nel post dedicato al poeta Bruno Tosi, il quale la aveva decantata in alcune poesie, ma nel ‘700 arriva una vera e propria rivoluzione di questo alimento. Approda, infatti, nelle mense dei ricchi e diventa accompagnamento di intigoli e manicaretti, dando vita a tanti piatti della tradizione veronese che ancora oggi mangiamo, come: pastizzada de caval, polenta e musso, polenta e scopeton, polenta e lardo…etc, etc.

Ma i contadini, in molti casi, non avevano nulla da accompagnare alla polenta e le gravissime carenze alimentari (dieta scarsissima di proteine e di vitamine), assieme alle loro misere condizioni di vita e di lavoro, li esponevano ad una delle malattie più note della zona e diffusa fino alla metà del 20esimo secolo: la pellagra. Una malattia che merita un post a parte, soprattutto per tutte le varie teorie mediche che circolavano attorno a questa malattia e alle sue svariate cure.

Chiudo il post come l’ho iniziato, cioè col Palazzo Rosso, mettendovi un video che ho trovato su YouTube (grazie Sergio per la segnalazione). Girato nel 2008, cioè prima che l’intero complesso venisse transennato, possiamo vedere l’interno della chiesetta, della casa patronale, delle case dei contadini e, soprattutto, ammirare il panorama dalla torre colombaia.




P.S. “Pitochi” significa poveri.

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