sabato 1 ottobre 2016

Villa Franco – Bertelè


La domenica è l’unico giorno della settimana dove posso dormire più del solito e fare le cose con calma, assecondando la mia naturale pigrizia. Eppure, qualche settimana fa, mi sono svegliata presto per partecipare ad una biciclettata. Tranquilli, stavo benissimo! Semplicemente si era presentata un’occasione più unica che rara, cioè l’opportunità di visitare una villa privata, chiusa al pubblico, una delle più belle della mia cittadina: villa Franco-Bertelè. Se, poi, aggiungiamo che il ruolo del cicerone era rivestito dal mio fidanzato…potevo mancare? Assolutamente no! Perciò, eccovi un post su questa bellissima villa di Cerea, la seconda più importante dopo villa Dionisi, collegate tra loro dallo “Stradon de la marchesa”.


La villa si trova in località Piattòn, che significa “luogo molto pianeggiante”, nel quartiere di San Zeno ed è stata eretta alla fine del 1600 dai nobili Franco, ampliando le strutture preesistenti.

La storia della villa è strettamente legata alle vicende delle famiglie Franco, Cattarinetti-Franco e Bertelè. Si ritiene che nel luogo sorgessero i ruderi di un castello, che fosse di proprietà del Comune di Cerea e che prima del 1536 venne acquistato Zuan Pietro Franco, un mercante veneziano ricordato nei documenti antichi come persona dabbene. In quell’anno, infatti, risultava proprietario della tenuta, della casa patronale e dei rustici. Cosa faceva in questi terreni il mercante veneziano? Beh, allevava pecore!

fonte: lagazzettadelserchio.it

Nella seconda metà del 1500 iniziarono le migliorie e, sempre in questo periodo, abbiamo i primi disegni della villa. Come vi avevo già spiegato nel post dedicato alle corti rurali del 1700, a partire dal 1556 la Serenissima obbligava il proprietario a presentare richiesta scritta al “Provveditore Sopra i Beni Inculti”, per richiedere la concessione d’acqua per la sua corte e i suoi latifondi. Allegata alla domanda, inoltre, doveva essere presentato anche un disegno dell’area, eseguito da un Perito Veneto. Ecco, nel 1563 Mario Franco, discendente di Zuan Pietro, fece realizzare il disegno della proprietà per inoltrare, nel 1569, la richiesta al suddetto provveditore per poter raccogliere le acque degli scoli limitrofi, al fine di irrigare il fondo e far muovere una pila. La concessione arrivò solo nel 1592 e, immagino, dopo numerose sollecitazioni…evidentemente anche all’epoca la burocrazia aveva tempi lenti…
Comunque, grazie a questa concessione, venne realizzato lo scolo “la Traversa” e, per la prima volta nella zona, venne introdotta la coltivazione del riso, che resterà il punto di forza di tutta l’agricoltura veronese fino a tutto il 1700.

fonte: www.risovialonenanoveronese.it

Ma anche le migliori famiglie hanno le loro pecore nere. Infatti, verso la fine del secolo, Flaminio e Francesco Franco (nipoti di Zuan Pietro, ma non so se figli di Mario), misero in cattiva luce la famiglia. Nel 1509 furono condannati dalla Repubblica Veneta per aver dato ospitalità a banditi rei di scelleratissimi delitti. Per punizione, i loro nomi vennero scritti su una lapide ed esposta al pubblico per ordine della Serenissima. Ora quella lapide, quasi completamente usurata, si trova nel giardino della villa.

Perché vi parlo di questi due personaggi? Perché la loro fama fu tale che, nei secoli successivi, divennero anche protagonisti di un libro. Nell’agosto del 1883 l’abate Pietro Caliari, un religioso dall’esuberanza moschettiera (come raccontano le cronache del tempo), pubblicò “Angiolina”, un romanzo storico che ricorda sia “I promessi sposi” di Manzoni sia “Il rosso e il nero” di Stendhal. La vicenda narra di una giovane fanciulla rapita dal conte Provolo il quale, per portare a compimento la sua impresa, si servì di una banda di feroci banditi (chiamati “buli”). La storia si svolge tra la Valpantena, villa Giusti di Santa Maria in Stelle e il Piaton a Cerea, da dove provenivano i feroci banditi. Come finisce la vicenda? Beh, al conte Provolo spetterà la stessa sorte di Julien Sorel nel romando di Stendhal…

Il rapimento di Lucia - "I promessi sposi"
fonte: promessisposi.weebly.com

Questa condanna infangò il nome della famiglia, che perse credibilità. A rimediare ci pensò Alvise Franco, figlio di Mario. Alvise, che viveva a Verona con la moglie Lavinia ed i figli, era un abile imprenditore e decise di rischiare, facendo un investimento a lungo termine che, ai giorni nostri, potrebbe suonare un po’ anacronistico: comprare il titolo nobile…sapendo bene che la Serenissima, se entravano soldi in cassa, non si sarebbe mai lamentata! Così nel 1652, dietro il pagamento di 500 ducati, il Senato Veneto concesse l’investitura feudale di conti e, di conseguenza, il Piattòn divenne contea. Ora, la numismatica non è il mio forte e non saprei dirvi l’esatto valore odierno in euro della cifra sborsata da Alvise. Potrei azzardare solo una valutazione confrontandola con l’oro: un ducato d’oro veneziano pesava 3,494 grammi; il cambio euro/oro odierno è di 37,59 euro al grammo (fonte: Finanza&Mercati, il Sole 24 ore); perciò un ducato vale circa 131,68 euro; moltiplicato per 500 fanno 65.844,43 euro. Se questo valore possa essere realistico non ne ho idea ma, in ogni caso, è una cifra alta! Ma Alvise, evidentemente, aveva fatto bene i suoi conti. Tra Piattòn, Malavicina (ora Bonavicina) e Palesella (altro quartiere di Cerea), possedeva bel 390 campi veronesi, cioè quasi 30 mila metri quadrati di terreno, che gli fruttavano una rendita annua di 553 ducati. A questi, poi, aggiungiamo la casa patronale, il fondo arativo, i campi prativi…insomma, in poco tempo aveva recuperato l’investimento nel titolo nobile!

fonte: cronologia.leonardo.it

E come decisero di festeggiare Alvise e la sua famiglia l’ingresso nel mondo della nobiltà? Con una dimora degna di tale titolo, ovvio! Così, verso la fine del ‘600, l’edificio preesistente risalente al 1500 venne ristrutturato, realizzando così villa Franco, la suntuosa dimora che vediamo ancora oggi.


I lavori vennero eseguiti tra il 1681 e il 1709. La facciata, dal gusto barocco, è rialzata al centro e sormontata da una balaustra. La parte superiore è affrescata (anche se ora non si vede più nulla) ed ha due finestroni ad arco sovrapposti da stipiti e due finestre minori. Il pian terreno, invece, c’è una loggia che sporge verso il giardino, sorretta da colonne che creano un suggestivo effetto chiaro-scuro. Un’altra balaustra, simile a quella della facciata, corre lungo il tetto ed è sormontata da pinnacoli e statue; questa, però, è di epoca successiva al 1725. Ai lati del corpo centrale, ci sono due rustici. Certo, non c’è continuità, ma al tempo non c’erano le belle arti a contestare l’intervento.


All’interno, al pian terreno, c’è un grande salone. Qui non ho fatto foto durante la visita perché, al momento, è vuoto. Sono state ritinteggiate le pareti e restaurato il pavimento, ma i quadri rappresentanti scene bibliche sono tutti in attesa restauro. Attraverso una scala a colonne si può accedere al piano superiore…ma questa parte non è visitabile, poiché residenza dei proprietari.

All’esterno della villa troviamo un giardino all’italiana e il parco, delimitato dagli scoli Canossa e Cornetto. Originariamente, alla villa si accedeva dal viale patronale che iniziava in via San Zeno, all’estremità del quale c’è un portale con quattro pilastri a pinnacoli. Ora questa strada è stata chiusa perché, nel frattempo, è stata costruita la ferrovia Verona-Rovigo, che taglia in due il viale di accesso.

fonte: Google maps 

fonte: Google maps

Oggi l’entrata della villa è ad est, attraverso un viale alberato che la collega alla strada Cerea-Bonavicina.



Questo viale porta nell’ampia corte con portici, barchesse e stalle; l’attuale barchessa ad archivolti è stata costruita dopo il 1725. Al lato ovest della villa, circondato dal bosco, c’è il brolo con noccioli e alberi da ciliegio, mentre verso la campagna si ergono alcuni imponenti alberi di noce.





Nel retro della villa patronale si notano due fori, scoperti durante i recenti restauri eseguiti tra il 2013 e il 2015. Questi due buchi avevano la funzione dei moderni videocitofoni dove, stando al piano superiore, si poteva vedere chi si trovava all’ingresso. Una soluzione simile si trova anche su un muro della prima sala a sinistra, sempre al piano terra, un tempo adibita a cucina.


Ma torniamo alla storia della famiglia. Nel 1708 i Franco chiesero alle autorità veneziane di poter utilizzare gli scoli provenienti dalla confinante località Bonavicina, per trasformare in risaia 40 campi del Piaton. Le acque, defluendo nel fosso Franco, sarebbero poi finite nella Canossa. Il permesso fu accordato nel 1710. Della serie, si sono velocizzati!

Gli scoli delle acque nella tenuta, però, diedero non pochi grattacapi alla famiglia. Infatti, nel corso del XVIII secolo e anche in quello successivo, sono state registrate diverse petizioni e controversie dei proprietari con le autorità veneziane prima e quelle austriache dopo.

Tra il 1714 e il 1734 Luigi Franco, figlio di Alvise, fece costruire l’oratorio privato della famiglia. Dedicato a san Luigi, la comune devozione però è rivolta a Santa Maria Mater Virgo.



La pala dell’altare è opera di Michelangelo Prunati e rappresenta la Madonna col bambino in braccio, tra i santi Antonio Abate e Francesco di Paola. Nella parte superiore della pala, sulla destra, ci sono due angioletti, uno dei quali tiene un nastro con la scritta Variat cultus in Una, cioè “pur cambiando il culto, una sola è la Santa Vergine”. Alla sua sinistra, in alto, è rappresentato san Giuseppe, che tiene in mano una verga fiorita, un riferimento all’episodio raccontato nei vangeli apocrifi.


L’altare è in marmo rosa, con decorazioni di colore scuro, dal quale si elevano due colonne di marmo rosa con capitelli corinzi di marmo bianco. Sopra, al centro, c’è il medaglione rappresentante lo Spirito Santo.


Sulla controfacciata si trova il dipinto del “Transito di San Giuseppe”, sempre ad opera di Prunati.


Sulla parete sinistra del presbiterio si possono leggere i nomi dei maestri muratori mentre a terra, davanti all’altare, si trova la tomba di Luigi Franco, che ha voluto essere sepolto nell’oratorio da lui costruito.



All’oratorio si accede da un ponticello sulla Canossa ma, nel 1734, Luigi Franco aprì una porta attraverso la quale si poteva accedere ad una piccola sacrestia che mette in comunicazione la corte.



I Franco, in questi anni, sono all’apice del loro potere. Girolamo Franco, fratello di Luigi e figlio di Alvise, nel 1745 dichiarava di avere una possession di tre versori soggetta alle inondazioni di circa 150/180 campi veronesi, ai quali si devono aggiungere altri 12 campi di risaia, pezze a frumento e segale, la casa dominicaleetc. etc…insomma, il patrimonio della famiglia era quasi triplicato rispetto alle origini. Nel 1813 i beni di Girolamo furono ereditati dal figlio Luigi (è normale che nelle famiglie nobili ci sia lo stesso nome ripetuto più volte) il quale, giustamente, si limitò ad amministrare i possedimenti.

Alla sua morte, avvenuta nel 1823, Luigi Franco lasciò tutti i suoi averi all’unica figlia Lavinia, sposata col conte Michelangelo Cattarinetti. Lavinia, però, morì nel 1832 ed il possedimento venne lasciato al marito e ai figli Luigi, Giuseppe, Girolamo, Almerico e Teresa Cattarinetti-Franco. Un attimo, perché questi hanno il secondo cognome? Per non estinguere il casato (sono sempre nobili, ricordiamolo)!
Nel 1833 morì anche il conte Michelangelo Cattarinetti e la proprietà passò nelle mani dei figli.

E qui inizieranno tutti quei problemi che porteranno al decadimento della famiglia. Nel 1840 venne liquidata la quota ereditaria di Teresa, estromettendo l’unica donna della famiglia dall’asse ereditario e lasciando le proprietà in mano ai maschi cioè Luigi, Giuseppe, Girolamo e Almerico. Occhio, questo non aveva nulla a che vedere con discriminazioni sessiste: era la prassi!

Cartolina della villa in vendita su Ebay

Nel 1856 arrivarono pure i problemi con l’erario. La Regia Amministrazione (l’Equitalia del tempo) emise un provvedimento dove una parte dello stabile veniva avocata, in quanto era ormai morto il conte Luigi Franco ultimo possessore di quella parte dello stabile al Piatton di Cerea eretto feudo nel 1652. Sotto accusa era finita la contessa Lavinia, anche lei morta, rea di incapacità successoria dell’unica superstite del detto ultimo possessore. Insomma, quando si tratta di riscuotere tutti diventano molto celeri!

Gli eredi dovettero correre ai ripari! Nel 1857 morì Girolamo e la sua parte ereditaria, per volere testamentario, passo nelle mani del fratello Armenico. Nel 1862 i conti Cattarinetti-Franco, per far fronte ai debiti, dovettero dividere le loro proprietà: la villa ed il fondo annesso aspettarono a Luigi e Giuseppe. Nel 1873, dopo aver “mucià i schei” (messo da parte i soldi), i fratelli riacquistarono dal Regno d’Italia quella parte della proprietà che era stata requisita nel 1856.

Ma, ormai, per la famiglia Cattarinetti-Franco era giunta la fine di un’epoca, e il 7 gennaio 1889 Luigi e Giuseppe furono costretti a vendere la proprietà. Ad acquistarla furono Giovanni e Giuseppe Bertelè, esponenti di una delle più antiche famiglie di Cerea.

La famiglia Bertelè, di probabili origini germaniche (della Svevia), era presente a Cerea fin dal 1500. Nel 1564, infatti, nel registro dei battesimi parrocchiale risulta iscritto un Domenico Bertelè, figli di Francesco, detto “mantoan”. La “costumaia” in questione, cioè il ramo della famiglia proprietaria, è quello de “i Giulietti”, già proprietari della corte Isolella, l’attuale villa Ormaneto ad Asparetto.

fonte: www.tripadvisor.it

In particolare, i fratelli Bertelè acquistarono il fondo denominato “il Piaton” nella contrada San Zeno di Cerea, con annesse fabbriche dominicali, rusticali, adiacenze, case d’affitto ed ogni cosa esistente, compresi i banchi della chiesa (oggi andati perduti), gli arredi sacri, i quadri infissi ai muri e, dal 29 settembre 1889, i diritti dominici.

Nel 1892, a seguito della divisione dei beni, la proprietà rimase nelle mani di Giuseppe, il quale la affittò al nipote Umberto dal 1896. Quest’ultimo la ereditò nel 1913 per lasciarla poi, nel 1942, ai figli Antonio, Iole e Dolores. Dal 2003 gli attuali proprietari sono cinque dei sei figli di Antonio: Ferdinando, Carlo, Paolo, Guido e Maria Bertelè (il sesto, fra Giovanni, è consacrato alla vita religiosa).

cartolina villa del 1916, in vendita su Ebay

E’ un peccato che non sia visitabile, vero? Beh, forse qualcosa potrebbe cambiare. Già adesso, una volta al mese, l’oratorio viene aperto al pubblico per la celebrazione della santa messa ed ho sentito che qualche coppia ha celebrato nella chiesetta il proprio matrimonio. L’anno scorso si è svolto anche un concerto di musica classica e sembra, e ripeto, sembra, che i proprietari intendano aprire di nuovo la villa al pubblico per eventi simili. Ma, per ora, nulla è certo.


3 commenti:

Renato De Paoli ha detto...

Splendido lavoro. Grazie Laura. Lanza Ettore , mio nonno materno, morto nel 1954, raccontava che lui e la sua famiglia erano stati 800 anni "sotto i Conti Catarinetti" (penso a mezzadria). Finita questa esperienza plurisecvolare due fratelli " Cioci e Biosso" furono costretti ad emigrare "in Merica".

Renato De Paoli ha detto...

E' rimasta la Villa E' scomparso il Lago grande.

Renato De Paoli ha detto...

1609
Ci scrive Bruno Bresciani:
"I conti Franco che hanno la villa al Piatton che unita da un lungo viale di platani a quella Dionisi di C... del Lago cadono in discgrazia della Repubblica Veneta. Infatti il consiglio dei dieci delego i giudici di Vicenza ad esperire indagini, a prender provvedimenti. I'accusa Š di aver dato ricetto a certi suoi nemici, macchiatisi di grave colpa e per ci• banditi dal endolaguna.La punizione giunse, e a perpetuarla fu ordinato che la sentenza fosse scolpita sopra una lapide da collocarsi nella villa che recita pressapoco:
ET FRANC
FRATELLI FRANTII
RECETTATORI DE
[...] BANDITI
REI DI SCELLERATI-
SSIMI DELITTI
RECTORES VINCEN-
TIAE IUD DELEGATI
EXCELSI
CONSILII X
ANNO MDCIX ,

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